#RockInQuarantine,(What’s the Story) Morning Glory? : gli Oasis e la resurrezione del Brit rock

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EDITORIALE – Ho sempre avuto una mia particolare classificazione dell’evoluzione del brit rock nel corso dei decenni, identificando gli anni 60 con i Rolling Stones (più che i Beatles), i 70’ con i Pink Floyd, gli anni 80’ con i Queen e i 90 con gli Oasis.

Di questa ultima band, sempre presente nelle mie varie playlist , ci sarebbe molto da dire, ma la memora va subito a uno dei loro ultimi concerti, quello del Palalottomaticadel 20 febbraio del 2009 a cui ebbi l’onore di assistere grazie al coinvolgimento di mia cugina Maddalena, grande fan della band di Manchester.

Ma oggi, per il #RockInQuarantine,
voglio parlarvi di uno degli album simbolo della band di Manchester: (What’s
The Story) Morning Glory?
, anno di grazia 1995.

Più che di un disco, per  (What’s The Story) Morning Glory? bisogna parlare di un’era, per la mole di materiale più o meno memorabile prodotta e solo in parte racchiusa nel disco. Questa era ha inizio il 18 dicembre 1994, allorché la band pubblica un singolo, a cavallo tra un album e l’altro: “Whatever”. “Whatever” è arrangiato e composto in modo piuttosto nuovo per gli Oasis: in retrospettiva, è difficile considerarlo in relazione a nessuno dei brani di “Definitely Maybe”.

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In breve, è la prima loro ballatona di derivazione beatlesiana, ma con quel misto di tecniche produttive (siamo al momento più acceso della loudness war, e sembra di essere davvero su un campo di battaglia), di stile d’esecuzione e di composizione che rendono il brano una sintesi dell’idea di canzone pop eseguita da una rock band, che forse è la forma con cui si identificano più spesso gli Oasis.

Ed ecco l’ispirazione vera: abbandonare la rincorsa al
volume e anche ai rivali Blur, per
arrivare costruire testi più armonici, significativi e allo stesso tempo
indimenticabili. Noel Gallagher ne
fa subito la sua ragione artistica e di vita, dopo che nel 1991 aveva voluto
fortemente stringere un patto di ferro col fratello Liam in merito a una sua esclusiva sulla scrittura dei brani.

Ed ecco che arriva Don’t Look Back In Anger, primo singolo
degli Oasis cantato da Noel, di cui
è ovviamente anche autore. E’ il secondo singolo degli Oasis ad arrivare al primo posto nelle classifiche inglesi nel
1996, aggiungerei anche meritatamente visto che è un brano ricco di citazioni e
omaggi.

Cominciamo dal titolo, che accomuna Bowie e il commediografo John
Osborne: entrambi avevano intitolato un loro lavoro Look Back in Anger (Bowie nell’album Lodger).

Per la musica Gallagher si ispirò a un altro brano di Bowie,
All
The Young Dudes
, cantato dai Mott
The People.

La copertina è un ricordo di quando Ringo Starr venne convinto a tornare con i Beatles dai quali aveva deciso di separarsi e George Harrison
agghindò la sua batteria di fiori bianchi, rossi e blu per dimostrargli quanto
fossero felici della sua decisione di riunirsi a loro.

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Poi c’è John Lennon:
l’intro al piano è praticamente Imagine e il verso So I start a revolution from my bed è un
chiaro omaggio ai bed-in che Lennon
teneva con Yoko Ono nel 1969. La
canzone nacque a Parigi, come ha ricordato Noel in una intervista ad Uncut
nel 2007: gli Oasis stavano provando, da lì a due giorni avrebbero diviso il
palco con i Verve. Noel stava
suonicchiando con la chitarra acustica, cantando parole senza senso. Si
avvicinò il fratello Liam che gli chiese: “Cosa
stai cantando?”
. “Niente”,
rispose Noel. “Non stavi cantando So
Sally Can’t Wait?”
. Noel disse di no, ma pensò che era una buona idea. Corse
nei camerini e scrisse il testo partendo dal ritornello oggi memorabile, che
diceva: And So Sally can’t wait, she knows it’s too late…

Ma What’s The Story Morning Glory non è
solo un album in cui gli Oasis fanno
ben capire di divertirsi a giocare con nuovi suoni e accurate tecniche
destinate a cambiare il rock e il pop inglese, ma è anche un fantastico scrigno
introspettivo ed emozionale in cui si riscoprono singoli e ballate che ancora
oggi sono sinonimo di leggenda.

Come definire ad esempio Champagne Supernova se non un fantastico inno, una cavalcata sonora di 7 minuti e mezzo che ha fatto scoppiare in lacrime l’ex chitarrista della band Bonehead la prima volta che Noel Gallagher gliela fece ascoltare nel 1996? L’idea del brano venne a Noel mentre guardava un documentario sullo Champagne e qualcuno accanto a lui gli parlava di un bel disco dei Pixies intitolato Bossanova. Noel capì Supernova e mise insieme le due cose.

E’ il brano che chiude l’album ed è uno dei pezzi più amati dal suo stesso autore, nonostante ancora oggi continui a non essere sicuro del significato delle parole che lui stesso ha scritto.  In un’intervista del 2005, Noel ha infatti ammesso di non avere chiari tutti i passaggi, ma di essere quasi certo che la canzone parli di “reincarnazione”.

Alla chitarra e ai backing vocals  di Champagne Supernova c’è Paul Weller dei Jam e degli Style Council.
Molto criticato e in odore di censura fu il verso where were you while we were getting high, che può significare “dov’eri mentre volavamo alto”, ma anche
interpretabile come “dov’eri mentre ci
facevamo?”
. Ultima curiosità: per farvi capire l’amore di Noel verso questo
brano, la sua casa nella zona nord di Londra è stata chiamata Supernova
Heights
.

Accanto alle celebri e sopra citate “Don’t Look Back In Anger”
e “Champagne
Supernova”
, c’è sufficiente materiale da aggiungere un ideale
terzo disco al periodo 1994-1995: sono da citare Acquiesce, in tutto e per
tutto inno di pace tra i fratelli Gallagher (va ricordato che nella copertina
del disco non è ritratto nessuno dei due, come era previsto, ma i due ebbero un
litigio poco prima della sessione fotografica), e “The Masterplan”,
la canzone che, grande classico del britpop “cantautorale”, col suo
tono da predicazione adulta, esistenzial-spirituale come nel miglior Lennon/Harrison solista, ha fatto
sperare nella successiva carriera di Noel Gallagher (da notare anche la
meditativa hobo-song “Talk Tonight”).
Incalzante e travolgente la title track (What’s The Story) Morning Glory?,
con l’inizio di un elicottero in decollo stile Another Brick in The Wall
dei Pink Floyd (che sia un altro
omaggio sottinteso al rock britannico?)

Ma una chiusura degna di questo disco la merita sicuramente
l’icona musicale dal titolo Wonderwall, grande brano datato 1995
e terzo singolo estratto da (What’s The Story) Morning Glory?”.

La sua popolarità è tale che ancora nel 2020, quindi 25 anni
dopo la sua uscita, è ancora nella Top 100 dei singoli più venduti in Gran
Bretagna. Wonderwall si intitolava in origine Wishing Stone, poi fu
cambiato il titolo in onore di George
Harrison, che nel 1968 aveva pubblicato Wonderwall Music, colonna
sonora del film dall’omonimo titolo Wonderwall.

Leggenda vuole che la canzone sia stata scritta da Noel per Meg Mathews all’epoca fidanzata e
futura moglie (oggi ex moglie).

A distanza di anni, Noel ha smentito categoricamente,
asserendo che il brano parla di un amico immaginario che arriva a salvarti da
te stesso, ma che non ha mai avuto il coraggio di dirlo a Meg: “Una volta che
su tutti i giornali esce scritto che quella canzone è per la tua ragazza e
anche lei lo legge, poi con che coraggio vai a dirle che non è così?”.

Molto bella la copertina, ispirata al lavoro di Renè Magritte. La foto è stata scattata
a Primrose Hill, nella zona a nord di Londra. 
C’è una ragazza in un campo, inquadrata da una cornice sorretta da una
mano. La mano è dell’art director Brian
Cannon, la ragazza è invece Anita
Heryet, un’impiegata della Creation Records.

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E’ un album di riscatto per il brit rock e per la musica
internazionale in genere, uno sguardo al futuro della musica attingendo dal
passato. Una miscelatura che ha reso gli Oasis unici nel loro genere e band
simbolo del rock made in England. E’uno dei lavori artisticamente più riusciti
della scena musicale britannica e fu registrato in pochi mesi ai Rockfield
Studios nella contea gallese del Gwent. Per la rivista Q Magazine è il miglior
album degli anni 90. Di certo, possiamo dire, che è quello della consacrazione
degli Oasis a band di successo
planetario.

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